Malasanità proposte legislative e ultima giurisprudenza

Malasanità proposte legislativeDopo aver analizzato i molteplici aspetti che coinvolgono la responsabilità medica, si è pensato di illustrare qui quelle che sono le principali proposte legislative in materia e la giurisprudenza più recente. Il tema della malasanità è purtroppo un tema attuale e in costante crescita, pertanto si ritiene che un aggiornamento continuo ed attento sia necessario al fine di affrontare al meglio tutti i problemi che una causa concernente la richiesta del risarcimento dei danni patiti a causa di un errore medico può comportare.

Proposte di riforma

Per quanto riguarda il fronte legislativo, il Ministro della Salute è intervenuto recentemente, nel marzo del 2015, prospettando la proposta di una riforma della disciplina della responsabilità medica con lo scopo di ridurre le pratiche di “medicina difensiva” che, a suo dire, paralizza l’attività dei medici e al contempo comporta un notevole costo per il sistema sanitario.

Al fine di analizzare il fenomeno il Ministro della salute Lorenzin ha istituito apposita commissione consultiva, denominata appunto “Commissione consultiva per le problematiche in materia di medicina difensiva e di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”.

Prima di procedere all’analisi delle soluzioni prospettate dalla Commissione di cui sopra, è doveroso spiegare, quantomeno sinteticamente, che cosa si intenda per medicina difensiva (si veda anche a proposito il “vademecum” diffuso dal Ministero della Salute volto a spiegare e a diffondere i costi e gli effetti della medicina difensiva nell’economia del sistema sanitario nazionale).

In particolare si vuole indicare con l’espressione medicina difensiva quella prassi per la quale i medici ed il personale sanitario in generale le misure terapeutiche e diagnostiche non sono condotte con lo scopo fondamentale di assicurare la cura del paziente, quanto con il fine di scongiurare la possibilità di incorrere in responsabilità sia penali che civili.

Il medico quindi prescrive un numero di esami maggiori rispetto a quelli che sarebbero necessari, rinvia il paziente presso altre strutture più specializzate anche quando non ve ne sia realmente il bisogno, richiede consulti specialistici anche per gli interventi di prassi e di routine; e tutto questo al fine di scongiurare la possibilità di incorrere in una responsabilità medica e quindi di incorrere nelle conseguenti sanzioni sia penali che civili imposte dall’ordinamento.

Proprio al fine di combattere questo fenomeno e quindi di abbattere i costi del sistema sanitario il Ministero della Salute si è assunto il compito di istituire la commissione di indagine di cui si è sopra parlato, al fine di pervenire – anche normativamente – a delle soluzioni che possano scongiurare il diffondersi delle prassi di medicina difensiva senza però intaccare quelli che sono i diritti del paziente.

Tuttavia le soluzioni cui è pervenuta la Commissione in esame appare ai più discutibile e non ancora in grado di risolvere i problemi che attanagliano il sistema sanitario del Paese.

Si veda a proposito il documento, pubblicato il 30 luglio del 2015, con il quale il Ministero della salute ha reso note le soluzioni prospettate dalla Commissione istituita in marzo.

La Commissione distingue tra la responsabilità civile del medico e la responsabilità penale dello stesso.

Per quanto riguarda la responsabilità civile del medico, si legge nel documento della Commissione ministeriale:

“Attualmente la giurisprudenza della Cassazione attribuisce al rapporto tra medico e paziente natura di rapporto contrattuale. Ne consegue che il medico risponde nei confronti del paziente per inadempimento contrattuale: la prescrizione dell’azione è quindi decennale ed opera la c.d. inversione dell’onere della prova (non è il paziente che deve dimostrare la colpa del medico, ma il medico che ha l’onere di provare in giudizio di aver agito senza colpa). La Commissione ministeriale propone di distinguere tra medico dipendente di una struttura sanitaria e medico libero professionista. Per il medico dipendente di una struttura sanitaria (ospedale o casa di cura, pubblica o privata) e per quello convenzionato la responsabilità professionale sarà di natura extracontrattuale (art. 2043 c.c.), mentre per il medico libero professionista sarà di natura contrattuale. Per i medici dipendenti e convenzionati l’azione risarcitoria si prescriverà pertanto in 5 anni (non in 10) e l’onere della prova della colpa graverà sul paziente”.

La proposta legislativa avanzata dal Ministero è quindi chiara: per i medici liberi professionisti la natura della responsabilità professionale resterà contrattuale, come è oggi pacificamente sostenuto dalla quasi totalità della giurisprudenza della Corte di Cassazione (e si veda a proposito il paragrafo “Fondamento della responsabilità medica. Contrattuale o extracontrattuale?).

Per quanto riguarda invece la natura della responsabilità professionale del medico dipendente (sia esso di una struttura pubblica o privata) e convenzionato il Ministero prospetta un ritorno ad un suo inquadramento all’interno della fattispecie extracontrattuale; e questo con notevoli ripercussioni sull’onere della prova (che spetterà quindi completamente al paziente, anche per quanto riguarda la prova circa la colpa del medico) oltre che in tema di prescrizione dell’azione di risarcimento, che sarà sottoposta al termine prescrizionale quinquennale in luogo del più lungo termine prescrizionale decennale.

Per quanto riguarda invece la responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria, il Ministero propone:

“- […] una fattispecie autonoma di lesioni ed omicidio colposo per i professionisti sanitari, che risponderebbero penalmente solo per colpa grave e dolo. In tale contesto si prevede una specifica definizione di colpa grave.

-Si propone altresì una revisione delle norme del codice di procedura civile e del codice di procedura penale, nonché delle relative disposizioni di attuazione, in ordine alle consulenze tecniche nelle controversie civili e penali in materia di responsabilità professionale sanitaria Si introdurrà un Albo di superperiti al quale i giudici dovranno attingere per le C.T.”.

Si prevede quindi l’introduzione di una fattispecie autonoma di reato riguardante i soli professionisti sanitari, passibili di responsabilità penale solo per colpa grave e dolo (e ampliando quindi quanto già introdotto dall’art. 3 della c.d. legge Balduzzi, che limita la responsabilità penale del medico alla sola colpa grave e dolo solo se, nella condotta del medico, questo abbia rispettato le linee guida e le buone pratiche comuni nella comunità scientifica); oltre che all’istituzione di un apposito albo di “superperiti” che si occuperanno delle Consulente Tecniche di ufficio.

La portata del progetto di riforma sembra epocale e destinata a sovvertire quanto finora raggiunto dalla giurisprudenza di legittimità in particolare in tema di prescrizione del risarcimento del danno e onere della prova.

Tuttavia occorre dare una lettura di più ampio respiro all’intera proposta di revisione, alla luce delle già acquisite certezze maturate dalla giurisprudenza e dalla prassi in tema di responsabilità medica.

È infatti vero che, nel (tutto da verificare se non altamente improbabile) caso per cui il legislatore pervenga ad una riforma del sistema della responsabilità medica sulla base delle indicazioni date dalla Commissione istituita dal Ministero della Salute e qui appena riportate, è da specificare che resterà sempre ferma la natura pacificamente contrattuale della responsabilità dell’ente ospedaliero.

E, a ben vedere, rispetto al singolo dottore o infermiere che sia, costituisce una maggiore garanzia patrimoniale la struttura ospedaliera in sé considerata al fine dell’ottenimento del risarcimento spettante, qualora questo venga riconosciuto dal giudice.

Rimarrà pertanto l’onere della prova a carico dell’ente ospedaliero circa la non sussistenza della colpa nell’operato del proprio dipendente/ausiliario, oltre che a mantenersi vivo il termine decennale di prescrizione dell’azione civile di risarcimento.

Malasanità proposte legislativeGiurisprudenza più recente

Si vogliono qui riportare, a puro scopo esemplificativo, alcune delle sentenze più significative della recente giurisprudenza della Corte di Cassazione civile avente a riguardo casi di responsabilità medica.

Cass. Civ., Sez. III, Sent. 20 agosto 2015, n. 16993

La Corte di Cassazione riconosce il risarcimento del danno per la tardiva diagnosi di cancro all’utero.

Nella sentenza ivi in commento la Corte ha disposto il risarcimento del danno spettante ad una donna deceduta per un cancro all’utero il quale non era stato diagnosticato per tempo dal proprio ginecologo.

In particolare la Corte di Cassazione ha disatteso le conclusioni cui era giunto il giudice in sede di gravame, il quale aveva sì accertato la responsabilità colposa del ginecologo che non aveva eseguito tutti gli esami necessari per la diagnosi da effettuarsi alla propria paziente; ma aveva escluso il nesso di causalità tra la morte della paziente e la tardiva diagnosi sull’assunto che la malattia era già in fase terminale e il decesso sarebbe in ogni caso avvenuto.

La Corte di Cassazione ha ritenuto tale motivazione “apodittica ed erronea”, sostenendo anzi che spettasse alla signora deceduta (e quindi agli eredi iure hereditatis) il risarcimento dei danni derivanti dal non aver potuto godere, a causa della condotta negligente ed imperita del medico, di cure c.d. “palliative” e quindi atte a garantire una migliore qualità della vita alla paziente.

Ha inoltre sostenuto che spettassero alla Signora il risarcimento dei danni derivanti dalla perdita della chance di poter vivere per un anche breve periodo in più della propria vita consapevole della propria malattia. Pertanto, per effetto della condotta colposa del ginecologo, la paziente non ha potuto programmare “il proprio essere persona” decidendo per sé stessa in modo consapevole come condurre la propria vita in attesa del nefasto momento della morte.

Tali danni, ha osservato la Corte, devono essere risarciti.

Cit.

“Il rilievo secondo cui il morbo ha nel caso avuto “una progressione che avvenne con modalità particolarmente rapida ed inconsuetamente tumultuosa” per cui “poco o nulla sarebbe comunque cambiato circa il decorso clinico”, e la conclusione di “insussistenza del nesso causale tra l’aggravamento della malattia e il comportamento omissivo del sanitario” sono stati dal giudice del grave invero, rispettivamente formulato e trattato senza invero considerare che anche in presenza di una situazione deponente per un prossimo ed ineluttabile exitus l’intervento medico può – come detto – essere comunque volto a consentire al paziente di poter eventualmente fruire di un intervento anche solo meramente palliativo idoneo, se non a risolvere il processo morboso o ad evitarne l’aggravamento, quantomeno ad alleviarne le sofferenze.

A tale stregua, l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale assume allora rilievo causale non solo in relazione alla chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto ma anche per la perdita da parte del paziente della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” […] intesa – come detto – quale possibilità di programmare […] il proprio essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psicofisiche in vista e fino a quell’esito”.

Cass. Civ., Sez. III, Sent. 18 settembre 2015, n. 18305

La Cassazione riconosce il risarcimento del danno patrimoniale futuro da diminuzione della capacità lavorativa di una minore divenuta sordomuta a seguito di una mancata diagnosi di meningite.

Con la sentenza in commento la Cassazione ha disatteso quanto valutato dalle corti di merito, le quali – soprattutto in sede di appello – avevano ritenuto non sussistente il diritto al risarcimento del danno patrimoniale futuro da diminuzione della capacità lavorativa per una minore costretta a portare un impianto cocleare.

Nel caso in specie la bambina era stata in tenera età colpita da una meningite batterica la quale, non individuata dal medico, aveva comportato una cofosi ossia una perdita completa e bilaterale della funzione uditiva per la minore.

La Corte di Appello ha ritenuto non sussistere il diritto al risarcimento di tale voce del danno patrimoniale in quanto la bambina aveva recuperato quasi pienamente la funzionalità uditiva grazie all’utilizzo di un apposito impianto cocleare.

Tuttavia, lamentano i genitori ricorrenti, la bambina continuava a presentare problemi scolastici, necessitava di insegnante di sostegno e non riusciva a stare al passo con gli altri bambini; oltre a subire un danno morale derivante dalla consapevolezza di essere “diversa” dagli altri bambini normoutenti.

La Corte di Cassazione ha riconosciuto quanto lamentato dai genitori, è osservando che “la correzione del deficit uditivo della minore tramite impianto cocleare non è in alcun modo di per sé idonea ad escludere il riversarsi dello stato invalidante permanente sulla capacità lavorativa della stessa” ha inteso pronunciare il seguente principio di diritto:

“L’accertamento in un minore in età infantile che lo stato di invalidità permanente alla persona (nella specie sordità causata da non tempestiva diagnosi di meningite, stimata come determinativa di invalidità nella misura del 30% derivante da cofosi bilaterale), cagionato da responsabilità medica, sia rimediabile e sia stato in concreto rimediato tramite l’applicazione di una protesi (nella specie un impianto cocleare), non è ragione sufficiente – per vizio di violazione dell’art. 1223 c.c. sotto il profilo della mancata sussunzione dello stato invalidante come evidenziatore di un danno conseguenza patrimoniale futuro da c.d. perdita – a giustificare l’esclusione dell’esistenza, in ragione della invalidità, e sulla base di una valutazione prognostica, di un danno patrimoniale da lesione della capacità lavorativa del minore, atteso che il dover svolgersi la vita del minore con la percezione della costante applicazione della protesi necessaria per sopperire al deficit derivante dalla invalidità è circostanza che di per sé – e a maggior ragione quando come nella specie si accompagni da elementi desunti come sintomatici nello stesso senso delle modalità di vita del minore nel momento in cui si compie l’accertamento – contrattile e si oppone a quella esclusione”.